Il movimento ecumenico del XX secolo e le chiese protestanti

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1. Chiese protestanti, evangeliche ed ecumenismo

Le chiese protestanti storiche (originate dalla Riforma del XVI secolo, cioè riformate e luterane, in Italia la chiesa valdese) – questo è l’angolazione da cui è scritto il presente contributo1- considerano il movimento ecumenico una delle realtà più importanti della storia delle chiese cristiane nel XX secolo. E, a differenza di altre chiese evangeliche (intendiamo chiese e movimenti sorti dai vari risvegli nei secoli successivi alla Riforma), che hanno attribuito o attribuiscono un valore negativo all’ecumenismo, lo considerano un fatto positivo e significativo.

In effetti, la preistoria del movimento ecumenico, tra la metà dell’800 e gli inizi del ‘900, vide attivarsi iniziative di carattere trasversale sia nelle chiese protestanti sia nelle chiese evangeliche e nei movimenti del risveglio. Ma le due vicende si distinsero e poi si allontanarono. Possiamo individuare alcuni motivi di questa separazione, e collocarli nel corso del tempo.

Nella prima fase, tra ‘800 e ‘900, individuiamo il problema nel confronto intra-protestante tra liberalismo teologico e fondamentalismo. Per esempio, a questo proposito è significativa la separazione dallo Student Christian Movement, operata nel 1910 da parte della Cambridge Inter-Collegiate Christian Union (un’organizzazione che sta agli albori della Inter-Varsity Fellowship, l’attuale network di collegamento degli studenti universitari evangelici di tutto il mondo). Il Movimento cristiano degli studenti si spaccò riguardo alla diversa comprensione dello statuto della Bibbia, e in particolare a una diversa concezione del carattere espiatorio del sacrificio di Cristo – questo fatto è ben raccontato da uno dei maggiori leader mondiali del movimento evangelical, John Stott, nel suo libro La croce di Cristo.

In una seconda fase, a movimento ecumenico già avviato, e in particolare negli anni del secondo dopoguerra, è stata l’apertura reciproca fra chiese protestanti e chiesa cattolica romana (che fino a quel momento aveva considerato l’ecumenismo una realtà nociva) a insospettire e a contrariare gli evangelici. In quegli anni «ecumenismo» era per costoro sinonimo di arrendevolezza verso il cattolicesimo, perdita dell’identità evangelica del protestantesimo, visto come cedevole alle lusinghe clericali. Bisogna dire che la forte apertura verso il dialogo con i cattolici, a seguito del Vaticano II, non è piaciuta del tutto neppure in tutti gli ambienti protestanti: così, se prima di allora l’ecumenismo era visto, da chi ovviamente lo percepiva, come un movimento interdenominazionale protestante, ora era ormai diventato la questione «cattolicesimo sì – cattolicesimo no», con schierati sul no gli evangelici ma anche una parte cospicua di protestanti.

Ma il movimento ecumenico non si è fermato al confronto interconfessionale protestante-cattolico-ortodosso. Il Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) si è impegnato nei maggiori temi dell’attualità sociale, politica, culturale ed economica mondiale, assumendo talora anche posizioni marcate. E qui troviamo, negli ultimi 30 anni circa, il terzo motivo di contrapposizione fra protestanti ed evangelici. Le chiese ecumeniche sono state viste da questi ultimi criticamente, come adattate alla società moderna, ai suoi conflitti politici e rivoluzionari, nell’assunzione di posizioni laiche e mondane, mescolantisi con i movimenti politici più radicali del mondo.

Il Movimento ecumenico si è impegnato a denunciare gli squilibri nord-sud del mondo, dando una valutazione storico-politica delle ingiustizie e del peccato strutturale delle società capitalistiche. Di fronte a tale deriva «politica», gli evangelici hanno richiamato tutte le chiese al centro della loro essenza, che è in primo luogo l’evangelizzazione del mondo. E se c’è un punto debole delle chiese protestanti storiche – così impegnate socialmente, politicamente e culturalmente – è proprio quello dell’evangelizzazione.

Dunque, sul tema dell’ecumenismo, le chiese protestanti e le chiese e i movimenti evangelici hanno segnato molti dissensi, incomprensioni e conflitti. Al punto tale che in alcuni casi, credenti protestanti si sono trovati meglio, più a proprio agio, con credenti cattolici piuttosto che con altri credenti evangelici.

Ma a che punto siamo oggi? In sintesi potremmo dire che l’ecumenismo interconfessionale segna ormai da diversi anni un momento di stagnazione. E sempre di più le chiese protestanti avvertono l’esigenza di un dialogo interdenominazionale con le chiese evangeliche – le quali oggi possono permettersi una certa alterigia, essendo le uniche chiese in crescita numerica, e tendono a proporsi sia al cattolicesimo sia al mondo laico come il vero e più massiccio interlocutore.

Il movimento ecumenico resta uno dei fatti grandiosi del XX secolo, ma chi abbia ragione nel bilancio che se ne può fare oggi, non è ancora chiaro. Mentre l’emittente «Radio Maria» va diffondendo la soddisfazione dei cattolici conservatori nel constatare che finalmente la chiesa cattolica romana sta cominciando a cancellare diverse delle scelleratezze introdotte con il Vaticano II, anche a causa dei contatti con «i veleni di Lutero» (testuali parole); e mentre in una grande parte dell’est e del sud del mondo sta delineandosi un cristianesimo di matrice evangelica ma che non è più né propriamente protestante né propriamente evangelico, forse la lotta interpretativa e valutativa sul movimento ecumenico del XX secolo appare un po’ patetica. Riprenderemo alla fine una considerazione sulla situazione attuale.

2. Ecumenismo e missione

Troviamo interessante che alla fine del 2011 – dunque un anno dopo il centenario della Conferenza di Edinburgo – si terrà una nuova Conferenza mondiale sulla missione cristiana. Questa almeno è la proposta della Commissione Missione ed Evangelizzazione del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC). E questa Commissione – altra nota interessante – che è stata ricostituita di recente nei suoi membri a seguito dell’ultima Assemblea del CEC, tenutasi a Porto Alegre nel 2006, compirà nel 2011 i 50 anni di attività.

Le ultime prospettive dell’ecumenismo si riallacciano dunque agli inizi della sua storia. Perché proprio a Edinburgo, nel 1910, si posero le basi originarie di quello che nel corso del XX secolo sarà il movimento ecumenico. Ma forse, l’inglobamento della realtà della missione nell’orizzonte dell’ecumenismo (avvenuto nel 1961) non ha permesso un pieno sviluppo proprio della missione e dell’evangelizzazione.

Potremmo forse indicare in relazione a questa sottile linea di demarcazione fra ecumenismo e missione, le caratteristiche del movimento ecumenico che vede protagoniste le chiese protestanti storiche insieme alla chiesa ortodossa nel XX secolo. Il movimento ecumenico, che ha come scopo la restaurazione dell’unità tra le chiese, si confronta sempre e di nuovo con la missione cristiana nel mondo.

Così fu a Edimburgo nel 1910, in una conferenza cui parteciparono le chiese protestanti (con forte prevalenza anglo-americana), nella quale i temi importanti furono, tra gli altri: portare il Vangelo a tutto il mondo non cristiano; la chiesa nel campo missionario; l’educazione in relazione alla cristianizzazione della vita delle nazioni; il messaggio missionario e le religioni non cristiane; e per la prima volta come tema specificamente formulato: cooperazione e promozione dell’unità. Il rapporto tra unità e missione era stato
già evidenziato in diverse conferenze precedenti (a partire dalla metà dell’800), e specialmente nella conferenza di New York del 1900, nella quale per la prima volta si fece uso del vocabolo «ecumenismo».

In effetti da almeno mezzo secolo si stavano sviluppando due fenomeni: da una parte la formazione di organismi di collegamento internazionale delle diverse chiese, con il sorgere di strutture quali la Conferenza di Lambeth anglicana, la Federazione mondiale riformata, la Conferenza ecumenica dei metodisti, la Federazione mondiale battista, la Federazione luterana mondiale… Dall’altra, la sempre più forte percezione dello scandalo provocato in terra di missione dalla proclamazione di un unico Evangelo veicolato però da chiese cristiane profondamente divise. In questo senso operavano organizzazioni quali la London
Missionary Society, la Evangelical Alliance… A Edinburgo tutte queste esperienze catalizzarono il rapporto tra missione ed esigenza ecumenica. Da Edinburgo nacque l’idea di un comitato che continuasse nel tempo a promuovere l’unità. Fu proprio l’attivazione di questo gruppo permanente di lavoro sul nesso missione-unità a far sorgere la realtà di cui stiamo parlando.

3. Il Consiglio ecumenico delle chiese

Tra il 1910 e il 1948 assistiamo infatti alla fase di avvio del movimento ecumenico istituzionalizzato. A partire dal 1920 abbiamo il movimento Vita e Azione (Life and Work), un movimento di cristianesimo pratico, che diede vita ad alcune storiche Assemblee, dedicate prima ai grandi temi dell’etica (Stoccolma, 1925), e poi alla comprensione della situazione mondiale a confronto con ideologie e totalitarismi (Oxford, 1927, «Chiesa-Popolo-Stato»).

Oggi questo filone etico del movimento ecumenico continua attraverso grandi programmi di sensibilizzazione con i rapporti chiesa-società, per esempio quello relativo a «giustizia, pace, integrità del creato»; oppure quello relativo alla violenza e alla violenza sulle donne.

A Losanna, nel 1927, venne invece in primo piano tutta la piattaforma dottrinale, che rimarcava parecchie
divisioni e contrasti. Di questo versante si occupò il movimento Fede e Costituzione (Faith and Order). Qui si tratta piuttosto del versante teologico dell’ecumenismo: prima si era scelto di avvicinarsi sui temi comuni della testimonianza al mondo e dell’aiuto concreto verso i suoi bisogni, ora era necessario esprimere l’unità anche a livello dell’identità ecclesiale e dottrinale, cosa indubbiamente ancora più difficile.

I due movimenti confluirono nella nascita del Consiglio ecumenico delle chiese, che vide la sua creazione all’Assemblea di Amsterdam alla fine dell’agosto del 1948. La data è significativa: si incontravano nuovamente esponenti di chiese appartenenti a paesi di matrice cristiana che avevano atrocemente combattuto su fronti opposti la recente guerra mondiale.

Le chiese fondatrici del CEC furono quelle protestanti e le chiese ortodosse. Da notare a questo proposito che mentre veniva maturando in area protestante la consapevolezza interdenominazionale, la chiesa cattolica romana restava in posizione di rifiuto dell’ecumenismo. Nell’enciclica Mortalium animos del 1928, il papa Pio XI espresse addirittura la reazione a questo movimento, bollandolo come bestemmia contro la verità di Cristo e l’opera dello Spirito Santo, che nella chiesa cattolica romana aveva voluto realizzare la pienezza e l’unità dell’unica vera chiesa.

Molto diverso fin dalle origini fu invece l’atteggiamento delle chiese ortodosse. Uno dei primi fondamentali documenti dell’ecumenismo è infatti la lettera enciclica del patriarcato ecumenico scritta nel 1920 in occasione del Sinodo della Chiesa di Costantinopoli e non a caso intitolata «Alle Chiese di Cristo in ogni luogo». In essa, nel 1920, aveva un posto di rilievo come lo ha oggi, la questione del proselitismo, cioè la «concorrenza» nell’accaparrarsi membri. Un comportamento che gli ortodossi pativano e patiscono tuttora nell’Est dell’Europa (da parte sia dei cattolici sia delle missioni evangelicali), origine principale a loro parere dei sentimenti di ostilità fra le varie chiese cristiane.

Il Consiglio ecumenico delle chiese si presenta come una «comunione» (fellowship) di «chiese che confessano il Signore Gesù Cristo come Dio e Salvatore secondo le Scritture e perciò cercano di adempiere insieme alla loro comune chiamata alla gloria dell’unico Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo».

Lo scopo principale è quello di «richiamare le chiese all’obbiettivo dell’unità visibile»: questo desiderio è collegato alla possibilità che, appunto a causa di questa unità, il mondo creda. Il Consiglio opera per facilitare la «testimonianza comune», per sostenere le chiese nel loro «compito missionario ed evangelistico in ogni parte del mondo»; esprime la preoccupazione per i bisogni dell’umanità, per l’abbattimento delle barriere tra i popoli, per la promozione della giustizia e della pace. Seguire l’evoluzione del CEC vuol dire seguire la storia delle sue Assemblee mondiali, ogni sette anni. Nel 1991, a Canberra, per la prima volta, mentre il movimento pentecostale e carismatico mondiale si attestava ormai come l’altra grande e vera realtà del cristianesimo del XX secolo, il tema fu l’invocazione allo Spirito Santo.

Il CEC ha contribuito alla storia delle Chiese con la fondamentale impostazione secondo la quale le diverse chiese hanno pari dignità e valore, e la loro comunione o comunicazione reciproca non si realizza attraverso soluzioni gerarchiche ma attraverso il consenso orizzontale conquistato attraverso pazienti dialoghi paritetici.

Questo approccio di base ha permesso fin dall’inizio un rapporto funzionale con il cattolicesimo romano. Nonostante la tendenza cattolica a continuare a considerarsi come la Chiesa, nei vari incontri ecumenici cui esponenti del cattolicesimo sono intervenuti, è stato sempre chiaro e accettato che si trattava di incontri tra diverse chiese, tutte e ciascuna riconoscibili con tale nome, senza esclusioni o prevaricazioni. Questa riequilibratura del rapporto inter-ecclesiale può avere anche un impatto positivo nel confronto intra-evangelico, dove assistiamo analogamente alla presunzione di alcune denominazioni di incarnare oggi la vera chiesa descritta nel Nuovo Testamento, a differenza delle altre chiese storiche che hanno in vari modi apostatato da quel modello.

4. Unità-diversità, dialogo

Se lo scopo del movimento ecumenico è l’unità, diventa cruciale capire di quale unità si parli, e quale unità si possa effettivamente realizzare. C’è un’idea di unità come di una fusione, come di una uniformizzazione.
Ebbene nel movimento ecumenico si accetta invece un concetto di unità che ha piuttosto a che fare con una percezione positiva della diversità.

«L’unità attraverso la diversità»: ecco un motto che ben esprime questo modello – e che trovate nel bel libro del teologo protestante Oscar Cullmann. Si tratta allora di una «comunione conciliare», nella quale ciascuna chiesa partecipa con la propria identità alla relazione – nessuna chiesa possiede la pienezza dell’essere chiesa di Cristo, ma ciascuna la possiede in quanto si pone in relazione con le altre. Si può anche parlare di diversità riconciliate, diversità che non si vivono più come scaturigini di conflitti, di condanne e di esclusioni, ma si ricomprendono come diversità e varietà di doni.

Associamo due concetti di fondo che spesso vengono posti come elementi di separazione.

a) Dio vuole l’unità della chiesa. Dio chiede alla sua chiesa di vivere nella dimensione della mutua edificazione e della comunione e non in quella della divisione e della scomunica.
b) Può essere formulato così: il rapporto delle chiese con la verità di Dio richiede il pluralismo e il dialogo.

Ogni nostra percezione della verità del Vangelo non può che essere parziale; e, anche, lo stesso carattere trinitario di Dio ci fa pensare a una realtà essenzialmente dialogica, relazionale. In effetti, si nota come il cristianesimo, fin dalle sue origini, sia stato plurale.

Nel Nuovo Testamento riscontriamo una pluralità di angoli di visuale nelle testimonianze che gli autori e le comunità primitive danno dell’annuncio evangelico: non a caso abbiamo quattro vangeli, che tracciano quattro differenti ritratti di Gesù, distinguibili e non interscambiabili; e la presentazione e la discussione delle vicende di chiese che si configurano secondo modelli differenziati – la chiesa dinastico-apostolica di
Gerusalemme, con ministeri autorevoli e riconosciuti; la chiesa carismatica di Corinto, con ministeri e carismi variegati e diffusi; la «chiesa dell’amore» della comunità giovannea, senza gerarchie ministeriali, ecc.

Dunque, unità non come assolutizzazione di una chiesa che assorbe le altre, come se ce ne fosse una, la sola vera e santa. Unità non come «ritorno all’ovile» papale delle chiese protestanti dopo aver capito i limiti della lacerazione procurata con la Riforma. Unità non come creazione di una nuova unità organica che
riesca a integrare tutte le componenti, una nuova superchiesa frutto della sommatoria delle chiese. Ma, come abbiamo detto, unità come capacità di vivere la diversità altrui come varietà del dono spirituale specifico dell’altro e di stare accanto all’altro non nell’estraneità ma nel riconoscimento reciproco.

Il movimento ecumenico ha affinato negli anni non solo la teologia che sottiene alla visione dell’unità delle chiese, ma anche la metodologia del dialogo. Il dialogo è affascinante e difficile proprio quando si tratta di porre a confronto posizioni dottrinali, di fede, cui le persone singole e le chiese attribuiscono un valore simbolico anche molto forte.

Ecco alcune regole che sono state definite. In primo luogo quella secondo cui ogni partner del dialogo presuppone che l’altro sia in buona fede. Poi vi è la necessità che ciascuno abbia una chiara comprensione della propria fede, e si sforzi di avere una chiara comprensione della fede dell’altro, interpretando quelle posizioni nella miglior luce possibile, e rivedendo costantemente la propria percezione dell’altro.

Un buon dialogo si fa anche carico delle responsabilità collettive che hanno incrementato dannosamente le divisioni, e riesce ad affrontare con apertura le questioni conflittuali così come affronta agevolmente quelle nelle quali si è d’accordo. Il dialogo porta a una comprensione dell’altro dal di dentro, e questo non è possibile in uno spirito di giudizio e di incapacità a formulare correttamente le posizioni dell’altro, in maniera tale che anche questi possa riconoscersi in questa formulazione.

5. Concordia di Leuenberg – BEM – Consenso sulla giustificazione

La proposta che viene dal movimento ecumenico la si legge nei documenti dei vari, innumerevoli dialoghi multilaterali e bilaterali fra le diverse chiese. Questi dialoghi hanno coinvolto anche la chiesa cattolica romana, anche se questa è presente nel CEC solo come osservatore. Qui ci soffermiamo su tre momenti significativi della storia del movimento ecumenico nella seconda metà del XX secolo.

Cominciamo dalla Concordia di Leuenberg, cioè dallo specifico contributo delle chiese della riforma al dialogo ecumenico sull’unità della chiesa (è in effetti: la Concordia delle chiese della Riforma in Europa). Il protestantesimo nacque, come si sa, plurale fin dagli inizi, ma non solo: nacque anche attraverso dissensi radicali fra i riformatori, dissensi che portarono ad esempio Lutero e Zwingli a non poter avere comunione reciproca. Dal colloquio di Marburgo del 1529 sulla Cena del Signore, e dalla constatazione dell’insanabile contrasto sul tema della presenza di Cristo nella Cena, si originò una spaccatura fra luterani e riformati.

Questa situazione di reciproca scomunica è durata per secoli, anzi accentuandosi e allargandosi anche ad altri temi dottrinali (es.: la predestinazione). Nonostante alcune esperienze territoriali di collaborazione, e la comunione ritrovata nell’ambito della chiesa confessante sotto il nazismo, luterani e riformati hanno vissuto nei secoli nella stessa separazione che contraddistingueva cattolicesimo e protestantesimo! Solo a partire dal 1963, promossi da Fede e Costituzione, cominciano i colloqui luterano-riformati. Attraverso diverse fasi, luterani e riformati sono giunti a comprendere le differenze dottrinali non come elementi di scomunica ma come interpretazioni complementari della verità evangelica. Dunque le differenze fra le chiese non sono più buoni motivi per vivere nella divisione ostile. Questo il senso della Concordia di Leuenberg, stilata nel 1974. Il nuovo consenso dottrinale apre le porte per una collaborazione e una comunione ecclesiale: nel 1994 una delle assemblee delle chiese della Concordia di Leuenberg produce un documento essenziale sulla chiesa, sulla sua unità nella prospettiva evangelica, «La chiesa di Gesù Cristo».

La prospettiva di Leuenberg non è la stesura di una confessione di fede comune, ma il riconoscimento delle differenze, la consapevolezza che tali differenze restano caratteristiche delle diverse chiese ma non sono motivi per la mancanza di comunione, comunione per la quale è sufficiente che nelle diverse chiese si predichi l’Evangelo nella sua purezza e si amministrino correttamente i sacramenti.

Se la Concordia di Leuenberg è un elemento positivo e propulsore, il secondo documento cui ci riferiamo, il BEM, può considerarsi invece un colosso immobile. BEM significa Battesimo, Eucarestia, Ministero, e si tratta del primo (e ultimo) grande documento elaborato dalle grandi confessioni cristiane, compresa quella cattolica (che dal 1968 fa parte di Fede e Costituzione) – e ricordiamo che fu presente anche la chiesa avventista. Venne stilato a Lima nel 1982.

Si tratta di una «dichiarazione di convergenza» che vide la luce dopo circa 50 anni di ricerca teologica svolta da Fede e Costituzione. La struttura ecclesiale sta al centro della controversia ecumenica, e il BEM raccolse tutta una serie di proposte di convergenza che vennero approvate e inviate alle chiese per una valutazione ufficiale.

Ma il «miracolo di Lima», come venne al momento percepito, si incagliò nella lenta ricezione da parte delle chiese, che impiegarono moltissimi anni a far pervenire le loro risposte, per lo più interlocutorie. Soprattutto, sui grandi temi della controversia ecumenica – eucaristia e ministero – non vi fu, nella realtà concreta della vita delle chiese e nei loro rapporti ecumenici, alcuna significativa conseguenza pratica.

Una valutazione del tutto ambivalente può anche essere data alla recente Dichiarazione comune sulla dottrina della giustificazione, stilata tra cattolici e luterani nel 1999 ad Augusta. Anche qui l’accento va posto sul tema delle «condanne dottrinali»: il secolo della Riforma e delle sue intransigenze viene superato sia nel rapporto luterani riformati sia in quello luterani-cattolici dalla constatazione che oggi rimarcare differenze dottrinali non equivale più direttamente a emettere una condanna dell’altro.

Così la Dichiarazione esplora le basi bibliche della dottrina della giustificazione ed evidenzia tutti i tratti di consonanza tra la lettura luterana e quella cattolica di questo tema così importante. Alla fine, dunque, ci si ritrova d’accordo? Non è detto: una cospicua parte di teologi luterani tedeschi ha scritto una vibrante lettera di dissenso circa la firma luterana della Dichiarazione, sottolineando che se è vero che il punto non è più quello della condanna dottrinale, le differenze non vanno comunque smussate, anche perché bisognerebbe vedere come poi le chiese attuano nella concretezza ecclesiale e liturgica ciò che proclamano di condividere a livello teologico. Proprio a seguito dell’ambivalenza che molti hanno visto nella Dichiarazione, il teologo protestante tedesco Eberhard Jüngel ha scritto un bellissimo saggio proprio su Il vangelo della giustificazione del peccatore come centro della fede cristiana.

6. La situazione attuale

Riprendiamo infine le considerazioni iniziali sulla situazione attuale del movimento ecumenico. Come si accennava, molti vedono oggi un momento difficile per l’ecumenismo. In effetti, i due casi citati sopra (BEM e Dichiarazione sulla giustificazione) illustrano come si possa giungere molto vicini, ma anche come si possa restare, al tempo stesso, irrimediabilmente distanti. Quello che il movimento ecumenico si proponeva in un certo senso lo ha ottenuto: le chiese si sono parlate e si parlano. Non tutte le chiese: a una recente tavola rotonda ecumenica, un esponente di una chiesa evangelica non favorevole all’ecumenismo ha dichiarato: «Se sono qui non è per dialogare, non è per confrontarmi con voi, ma per non perdere l’occasione che mi viene offerta di testimoniare la verità » (verità che presumiamo coincida con quella annunciata e praticata dalla sua chiesa). Ma anche se non tutte le chiese si parlano o entrano in comunione (anche per la Concordia di Leuenberg, ovviamente, abbiamo chiese luterane nazionali che per esempio non hanno aderito…), molte lo fanno: così molti cattolici, protestanti, carismatici ed evangelical si sono incontrati, conosciuti e, a diversi livelli, non ipocritamente, anche reciprocamente stimati.

Gli evangelici forse considerano il tramonto dell’ecumenismo, come è stato impostato nel XX secolo, associato al tramonto del protestantesimo stesso. Il cattolicesimo forse vede interlocutori o avversari più preoccupanti, vuoi nelle altre religioni mondiali o in quelle che chiama sette protestanti nell’America latina, e anch’esso attribuisce meno peso alle chiese protestanti storiche. Queste ultime, ci sembra, vivono questa fase con un certo sconcerto. Quali sono oggi, comunque, le tendenze? Possiamo individuarne quattro: lo sviluppo di un nuovo rapporto fra cristiani ed ebrei; la dimensione mondiale e sempre più extra-europea di ogni rapporto e di ogni condizione; il nuovo possibile ruolo della vecchia Europa; la focalizzazione del contrasto interconfessionale nell’area tutta «ecclesiastica» dei ministeri.

  1. L’inserimento nel cuore della comprensione reciproca interconfessionale, della nuova conoscenza delle radici ebraiche della fede cristiana. Viviamo nella teologia del dopo Shoah, nel tempo della riflessione delle chiese cristiane sul loro coinvolgimento nello sterminio degli ebrei e queste chiese si chiedono se per capire le loro proprie divisioni lo si possa ottenere andando alla radice della prima fondamentale spaccatura, quella tra Sinagoga e Chiesa. Il baricentro attenzionale ed emozionale si è dunque di parecchio spostato sulla ricerca di una amicizia ebraico-cristiana e sul rifiuto non solo dell’antisemitismo ma anche dell’antigiudaismo. L’interconfessionale forse non appassiona più, si è forse capito che quel che poteva dare l’ha dato e che altro non si muoverà di essenziale, è dunque meglio impegnarsi nell’attualità pressante dell’interreligioso: si sta in effetti giungendo alla nuova comprensione dei rapporti tra cristianesimo e quelle che oggi vengono politically correct definite «fedi viventi», a partire dall’islam ricompreso nel trittico delle religioni abramitiche o «religioni del libro» (ebraismo -cristianesimo – islam).
  2. La valutazione teologica della globalizzazione, che vuol dire: inculturazione del cristianesimo in altre forme storiche e geografiche del tutto decentrate dalla vecchia Europa. Oggi l’ecumene è piuttosto caratterizzata dai cristianesimi dell’Africa, dell’Asia, del Sud-America: forme nuove, configurate in una maniera che risulta poco comprensibile al vecchio cristianesimo occidentale. Globalizzazione però vuol dire anche maturazione di una consapevolezza ecologica sempre più diffusa. Ritorno di una teologia della creazione impostata con criteri ecologici: per un nuovo rapporto tra persona umana, corporeità e natura.
    Attenzione alla questione delle risorse, dell’acqua, del clima, come responsabilità specifica della testimonianza cristiana comune.
  3. E l’Europa? Conoscete senz’altro l’esausto dibattito sulle «radici cristiane dell’Europa». Come ha detto qualcuno, quando una realtà non dà più frutti, ci si accapiglia sulle radici… ma l’Europa è al centro del più recente documento ecumenico importante, che può essere indicato nella Charta OEcumenica stilata a Strasburgo nel 2001 dalle conferenze episcopali cattoliche d’Europa, da 124 chiese protestanti e ortodosse aderenti alla Conferenza delle chiese europee (KEK), tutte chiese presenti storicamente in Europa e impegnate a operare per l’unità della chiesa di Cristo. Dopo le conferenze europee di Basilea (1989) e di Graz (1997), sentiamo che non possiamo dichiararci appagati dallo stato delle cose, e che dobbiamo ulteriormente impegnarci a superare le divisioni.Ecco l’agenda dei temi che queste chiese condividono in prospettiva: la dignità della persona umana, la riconciliazione dei popoli e delle culture; la necessità di proseguire il confronto sui temi attuali: le concezioni diverse sulla chiesa e la sua unità, sui sacramenti e sui ministeri. Testimoniare la fede di fronte alla mancanza e alla ricerca di senso, assumere responsabilità nel pubblico e nel politico. No alla dannosa
    concorrenza tra le chiese e al pericolo di nuove divisioni. L’accento è posto sulla conversione personale, libera però sia da pressioni proselitistiche sia da impedimenti. Rielaborazione comune degli aspetti luminosi e oscuri della storia delle chiese cristiane. Riconoscere i doni presenti nelle diverse tradizioni ecclesiali e uscire dall’autosufficienza. Far fruttare l’esperienza significativa delle coppie interconfessionali nella vita concreta. Trovare tutte le occasioni concrete di cooperazione. Pregare insieme. Affrontare la tristezza per la divisione eucaristica e incrementare la preghiera verso la condivisione eucaristica. Pluralità come arricchimento e contrasti dottrinali: proseguire nel dialogo in questioni di fede e di etica. Contribuire a plasmare l’Europa. Ruolo positivo e nefasto dei cristiani nella storia dell’Europa. Pace, giustizia, tolleranza, libertà, partecipazione e solidarietà come valori comuni. Contrastare le spinte etniche e nazionalistiche. Democratizzazione e soluzione non violenta dei conflitti. Salvaguardia del creato. I rapporti di fraternità con l’ebraismo e la cura delle relazioni con l’Islam; l’incontro con altre religioni e visioni del mondo (con le quali è possibile dialogare e dalle quali è opportuno cautelarsi). Come vedete, una summa dei temi classici dell’ecumenismo, antichi e attuali.
  4. Ma se chiedete dove, nella storica controversia cattolico-protestante, permane il vero punto di intralcio, vi diranno che si trova nella questione dei ministeri. Si può superare tutto, ma ci si incaglia sui ministeri, cioè sul fatto che la chiesa cattolica avoca a sé il punto del ministero ordinato, di successione apostolica.
    Così definito il ministero, le altre chiese non celebrano veramente i sacramenti, anzi, non sono neppure «chiese » nel senso pieno del termine.
    Non è significativo, che in una fase storica nella quale il cristianesimo perde rilevanza nel mondo come messaggio liberatorio di salvezza, di giustizia e di pace, le chiese ripieghino sulla controversia ecclesiale relativa al proprio clero? Mentre molti cristiani stanno riflettendo su quella che può e deve essere la missione cristiana nel mondo di oggi (e questo è il retaggio positivo del movimento ecumenico del XX secolo, incalzato dalla prospettiva evangelica e carismatica), altri cristiani discutono sui termini di riconoscimento dell’apparato clericale (questo non è forse un segno di quella che è stata definita stagnazione?).

NOTA

1 In questo articolo riporto dati e fatti documentati, che potete ritrovare ampiamente descritti e argomentati nei seguenti volumi, cui rimando per uno studio completo e approfondito: P. RICCA, «Il Movimento Ecumenico», in G. FILORAMO (a cura di), Storia delle religioni.
2. Ebraismo e cristianesimo, Editori Laterza, Roma-Bari, 1995; P. NEUNER, Teologia ecumenica, BTC 110 Queriniana, Brescia, 2000; G. GOOSEN, Introduzione all’ecumenismo, Claudiana, Torino, 2007. Qui e là inserisco valutazioni e modi di affrontare la tematica del tutto personali, dunque del tutto discutibili.

Tratto da: Gli ecumenismi del XX secolo, Ed. ADV, Firenze, 2007.